Serenissima passione

Philippe Starck risveglia il Gran Caffè Quadri e sogna per la città un ruolo da ‘mente creativa’. Peter Marino protegge la storia e intanto accompagna i vetri d’arte nel futuro. Progetti diversi, stesso obiettivo: ricambiare una musa che si chiama Venezia

 

di Lia Ferrari

 

La Venezia di Philippe Starck è una creatura da salvaguardare. Quando quindici anni fa ne ha disegnato il marchio ufficiale, il leone con l’ala, voleva “creare un’etichetta per proteggerla, come un francobollo ufficiale”. Adesso le ali le ritrovi al Quadri, appuntate sulla schiena di pacifiche chimere: leprotti, volpi, roditori, anche un leone di San Marco che cammina sul soffitto.

Tassidermia surrealista. Alla Starck, appunto. Il restauro dello storico caffè-ristorante, appena riaperto, è il suo secondo progetto veneziano per la famiglia Alajmo dopo Amo, il ristorante al Fondaco dei Tedeschi.

Qui sfodera il meglio del suo repertorio. Reinventa lampadari, broccatelli, specchiere e celebra l’acqua alta più che ostacolarla: per le gambe dei tavoli, il bancone all’ingresso e tutto ciò che è a contatto con il pavimento al piano terra, ha scelto l’ottone non verniciato, che si ossiderà e cambierà colore con le oscillazioni della marea.

Il nuovo Gran Caffè di Piazza San Marco è un’opera corale: ha coinvolto l’architetto ed ex rettore dello Iuav Marino Folin, nominato capo progetto, e le migliori maestranze locali, dalla Tessitura Bevilacqua alla Fonderia Valese che ha realizzato l’insegna. “Non ho inventato nulla”, dice Starck.

“L’ho trovato che dormiva sotto strati di vernice, gli ho dato un bacio come il Principe delle favole, nel mio caso non così favoloso, e il Quadri si è svegliato”. Con la città d’acqua più bella del mondo, il ‘Prince Charming’ del design ha una relazione di lunga data. “Ci sono stato una volta da bambino con mia madre, ma ne ho solo un vago ricordo”, racconta. “La seconda visita è stata quarant’anni fa. Sono venuto a Burano, dove alloggiavo nell’unica stanza in affitto dell’isola”.

Dopo una frequentazione assidua, si è comprato un ‘cabanon‘: “La mia prima casa era larga solo quattro metri, ma la cosa più incredibile è che ero l’unico straniero a Burano. Disegnavo sempre allo stesso tavolo della trattoria da Romano e sono diventato parte della comunità. Ottime persone, che si conoscono da sempre. Sono cugini, fratelli, nonni, colleghi, vivono e lavorano insieme, trascorrono tutto il loro tempo insieme. Per me, un modello di società riuscito”.

Un piccolo capitale umano, quello di Burano e di tutta la Laguna, che andrebbe valorizzato e fatto crescere. Per Starck, è più che un’ambizione “Da qualche anno sto lavorando a un progetto a cui tengo molto: vorrei creare un’’economia dell’intelligenza‘ per rimpiazzare l’economia della stupidità basata solo sul turismo. Venezia è il centro della civiltà occidentale. Grazie al facile accesso all’alta tecnologia e a strumenti di comunicazione di alto livello, può tornare a essere il cervello creativo dell’Europa”.

La sua idea di costruire una “cittadella del pensiero” all’Arsenale non è quindi del tutto archiviata: “Non posso dire molto, ma abbiamo conversazioni aperte con personalità di rilievo proprio per portare a Venezia idee di questo tipo. Con questa città ho un debito e devo pagarlo”. Starck non è l’unico progettista di fama internazionale a voler ricambiare una musa che si chiama Serenissima.

Anche Peter Marino ha preso un impegno con la città dei Dogi. “Il mio amore per Venezia dura da una vita”, racconta. “Sono presidente di Venetian Heritage e sto sponsorizzando il restauro di tre statue dello scultore Antonio Rizzo, uno dei protagonisti del primo Rinascimento veneziano”.

L’organizzazione internazionale non profit, di cui sono membri onorari anche Anish Kapoor, Wes Anderson e James Ivory, ha avviato in Laguna una vasta campagna di restauri, che ha tra l’altro permesso di recuperare le facciate della Chiesa dei Gesuiti e di San Zaccaria.

Le tre statue in marmo bianco di Carrara, Adamo, Eva e Marte, torneranno agli splendori del 1470 grazie a un contributo di 225.500 euro, che Marino dona di tasca propria. Per lui, la storia è materia affascinante. Grande estimatore di Palladio, ha visitato innumerevoli volte le sue ville sul Brenta.

Sul Canal Grande, il Marino architetto ha lasciato il segno a Palazzo Sernagiotto, di cui anni fa ha ristrutturato i primi due piani. Marino-designer, invece, si è messo di recente alla prova con l’arte del vetro. Black Belt, la collezione in edizione limitata realizzata per Venini, aggiunge un nuovo capitolo all’iconografia del marchio. Sono vasi dalle geometrie apparentemente semplici – ovale, quadro, triangolo e otto – percorsi in superficie da spesse fasce di colore nero, da cui il nome ‘black belt’.

A stemperare l’effetto bondage intervengono i colori delicati del vetro (le tonalità sono rosa, verde e tè). Una raffinata provocazione estetica a cui i maestri muranesi hanno fatto da sponda, combinando per la realizzazione dei vasi tre diversi tipi di lavorazione. La tecnica ‘a sbruffo’ e il ‘sommerso’ servono a imprigionare il colore nella trasparenza, mentre le fasce decorative sono applicate a caldo in un terzo passaggio, come una firma incisa sull’opera.

Il vetro d’autore ha ancora molto da dire, Marino ne è convinto: “Carlo Scarpa, Ettore Sottsass, Gio Ponti hanno tutti collaborato con soffiatori veneziani”, ricorda. “Le tecniche sviluppate da Venini a Murano risalgono al XIII secolo. Il marchio ha una lunga storia di lavoro con gli architetti, che ha permesso di realizzare collezioni uniche per ogni designer. Questo è un grande progetto, e lo è stato per me. Con questo approccio, sono sicuro che in futuro ci saranno molte altre entusiasmanti collaborazioni”.

Nel frattempo, dalla fornace si porta via in ricordo “la bellezza e il calore delle fiamme gialle e rosse”. La sua Venezia non ha bisogno di reinventarsi. Deve solo tenere accesa la sua fiamma.