Paradigmi genealogici

La nuova sfida di Gianluca Peluffo, architetto di fama internazionale, già cofondatore di 5+1AA, che, sulle orme di Lucio Fontana, da Albissola Marina nel Ponente ligure approda al Monte Galala a El Sokhna in Egitto, dove firma il masterplan di una micro-città in costruzione per Tatweer Misr. È lui stesso a raccontarla

 

Foto di Ernesta Caviola – A cura di Antonella Boisi

 

L’architetto Gianluca Peluffo ha radici italiane e lavora ad Albissola Marina, in provincia di Savona, (Ponente ligure) nello studio-atelier di piazza Pozzo Garitta che fu di Lucio Fontana. Una scelta che per lui ha il valore manifesto di una precisa coscienza di appartenenza culturale.

A partire da qui, gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo più recente e avvincente lavoro internazionale: Il Monte Galala, la micro-città di fondazione (1.300.000 metri quadrati realizzati su una superficie complessiva di 2.200.000) progettata per Tatweer Misr, in costruzione a El Sokhna in Egitto, a 150 chilometri di distanza dal Cairo. Il programma prevede l’edificazione per fasi successive di residenze, complesso turistico (spiagge, hotel a cinque stelle, tre hotel a quattro stelle, centro direzionale, commerciale e benessere), strutture di intrattenimento.

Il masterplan (già vincitore del Dubai Cityscape Awards 2015) risale nella prima versione al periodo 2015-2017 – come progetto di Gianluca Peluffo con AMW Architetti Associati, 5+1AA. Il masterplan development, supervisione alla realizzazione e agli aspetti architettonico-artistici generali, in fieri dallo scorso anno, è un progetto firmato Gianluca Peluffo & Partners e comprende anche una nuova moschea (3.400 metri quadrati).

Dunque, architetto Peluffo, dobbiamo partire dallo studio di piazza Pozzo Garitta ad Albissola Marina per comprendere l’architettura della micro-città in costruzione a El Sokhna in Egitto, tra visione, tradizione e contemporaneità?
Non si tratta di una posizione geografica, piuttosto di una energia invisibile e genealogica che focalizza il mio tema-guida: capire cosa significhi essere ‘al centro del mondo’. Ci sono luoghi in Italia, come Albissola Marina, per l’appunto, che hanno coniugato il paesaggio, la luce, il ‘saper fare’ con l’arte, creando bellezza indiscussa e tuttora riconosciuta nel mondo.
Nello studio dove lavoro, ritrovo da una parte la pratica quotidiana della fatica, del fare, dello studiare, dall’altra l’energia creativa infantile dell’adesione istintiva al mondo e alla sua bellezza. E così è stato fino ad ora: da Albissola, progettiamo e costruiamo in Egitto, Iran, Italia e ovunque, insegniamo a Milano e a Marrakech, facciamo 30-40 conferenze all’anno, incontriamo e invitiamo studenti e colleghi, in modo inclusivo e generoso.

Ci racconta nel dettaglio il progetto egiziano del Monte Galala a El Sokhna, che prevede la realizzazione in più fasi di 1.300.000 metri quadrati tra strutture residenziali, ricettive e di intrattenimento?
Il progetto, di cui ho iniziato a occuparmi nel 2015, quando ancora esisteva 5+1AA, nasce come sfida imprenditoriale e culturale di una società egiziana, allora appena fondata, Tatweer Misr, che ora, proprio grazie al successo di questo progetto (che si è aggiudicato il Dubai Cityscape Awards 2015), si è imposta nel panorama immobiliare del Paese.
Il committente ha scelto il nostro studio proprio perché ricercava una diversa ‘maniera’ di intendere il masterplan, secondo il metodo che io definisco “genealogico”, e che ho proposto subito nei colloqui di selezione. Questo prevede un’indagine sull’anima del luogo e sulla condizione formale e linguistica da creare per rendere quest’anima visibile nella costruzione: un approccio specifico, anticolonialista e di appartenenza.
“Blessed are those who have an identity” (Beati quelli che hanno un’identità): mi sono presentato con questa frase, per esplicitare che non proponevo né un trasferimento diretto di linguaggi internazionali né un tentativo di mimesi quasi turistica nei confronti dell’idioma locale. Così, da subito, al masterplan abbiamo affiancato una ricerca di invenzione della forma architettonica. Scrivere sulle curve di livello, raccontare storie urbane, individuali e collettive, è stata la sfida per affrontare un progetto così complesso per le condizioni orografiche del terreno – montagnoso e desertico – per l’entità e i tempi: circa 8000 unità abitative suddivise in tre fasi realizzative, 2015/2019, 2017/2021, 2020/2024.

Spazi pubblici e privati, ispirati dal dialogo con una identità genealogica, mediterranea e rinascimentale, come elemento fondativo dell’architettura. Lo spazio è un paradigma di riferimento indiscutibile. Ma il tempo, per dirla alla Lyotard, ha preso il sopravvento nella rappresentazione della complessità contemporanea. Questo progetto come interpreta la dimensione temporale?
È una bellissima domanda. Il tempo è il grande mistero, la grande questione contemporanea. Solo quando riusciamo ad accogliere la coesistenza di tempi differenti all’interno dello stesso pensiero, gesto, creazione, possiamo pensare di praticare la contemporaneità.
È un’esperienza che iniziai, nel dolore e nella difficoltà del progetto di ricostruzione di San Giuliano di Puglia, dopo il terremoto del 2002: come restituire appartenenza in un breve arco di tempo (tra progetto e costruzione) a una comunità perduta e ferita? Allora pensai che la ricerca di un equilibrio linguistico fra tradizione costruttiva (case che fossero ‘case’) ed energia infantile del colore (declinato nelle minime variazioni volumetriche di ogni unità) potessero curare la malattia del ‘tempo assente’.
Qui a El Sokhna, la sfida per fortuna non partiva dal dolore, ma di certo era di dimensioni ben più complesse, una città per circa 30.000 abitanti, turistica e residenziale, da pensare in pochi mesi e costruire in pochi anni. Come dicevo, il lavoro svolto è stato quello di mettere in evidenza l’invisibile, ovvero il luogo nella sua anima.

Quali elementi ha impiegato per mettere in atto questa specifica operazione di maieutica?
L’elemento mitico della tenda, punto di connessione fondativo tra vita nomade e stanzialità; la curva di livello come ‘strada costruita’; l’edificio come corpo che ‘guarda e vede’ (attraverso le ‘stanze attraversate’, veri e propri occhi delle principali tipologie abitative) e il vento fresco da Nord come respiro reale e linguistico (tradotto nei camini del vento). Sono questi i fattori principali che, uniti, abbiamo voluto utilizzare per creare quella ‘contemporaneità di tempi’ dentro al progetto, che è ogni volta la grande sfida dell’architettura.

Come si declinano invece le componenti tecnologiche del progetto?
Io credo fermamente che la tecnologia non possa più determinare il linguaggio dell’architettura. Anzi, non debba più farlo. Ciò non significa non affrontare la necessità e l’urgenza ecologica ed economica delle scelte tecnologiche.
Queste, però, sono necessarie ma non sufficienti a perseguire un’idea di qualità e contenuto del progetto. In questo luogo, con la richiesta di altissima densità abitativa, la prima grande sfida tecnologica è ‘costruttiva’, ovvero la riduzione al minimo dei movimenti-terra, a seconda che si tratti di sabbia o pietra, del riporto di terreno e contemporaneamente dello scavo, e quindi la paziente e meticolosa ricerca sulle sezioni progettuali dell’equilibrio migliore.
Poi, ci sono tutte le questioni energetiche, relative alla desalinizzazione dell’acqua, agli strumenti di sfruttamento delle profonde falde esistenti, della luce solare e del vento, per rendere compatibili l’artificialità del condizionamento con la naturalità dell’areazione. Oggi stiamo ragionando sui sistemi di trasporto elettrico interni alla città e sulla diminuzione dei corpi illuminanti esterni, per questioni sia di risparmio energetico che di inquinamento visivo.

Cosa sono la bellezza e l’etica per Gianluca Peluffo?
Sono due termini che dobbiamo tornare a far coincidere, come è stato sempre nella nostra cultura mediterranea. L’architettura, così come l’arte, devono tornare a creare luoghi fisici o emozionali, di connessione fra il sentire individuale e il sentire collettivo; di ‘fusione degli orizzonti’ e non di celebrazioni schizofreniche di individualismi e ‘culturismi’, quasi sempre finanziari. La felicità è la missione dell’opera di architettura e ogni edificio, qualunque sia la sua funzione o la committenza, ha un ruolo e un significato pubblico.