Ottant’anni di modernità

Dalla capacità visionaria di Hans e Florence Knoll nasceva, nel 1938, un marchio simbolo della storia del design. Ancora oggi, le loro idee sugli spazi di vita e di lavoro definiscono un modello di forte attualità, che si rinnova nel segno dei grandi protagonisti del progetto internazionale

 

Testo di Domitilla Dardi

 

Ottant’anni fa, nel 1938, nasceva una delle realtà più solide e prolifiche nella storia dell’arredo: Knoll. L’azienda, fondata da Hans Knoll, prendeva poi forma grazie all’incontro con Florence Schust. Il loro legame coincide con la creazione di un’azienda basata da subito su intuizioni geniali.

Prima tra tutte quella di volere una realtà ‘internazionale’, quindi di pensare a un mondo unito in un momento segnato da uno dei più distruttivi conflitti bellici della storia e dalla totale divisione geografica e politica.

Secondo dato di lungimiranza è quello del ragionare non tanto sui singoli pezzi di arredo, quanto sugli ambienti e quindi sul dialogo tra mobile e spazio, puntando all’armonia.

Oggi, a distanza di anni, le loro idee sono tutte divenute realtà: il mercato globalizzato, il nomadismo degli arredi, l’abitare fatto di elementi diversificati rivolti a più usi. Di questo abbiamo discusso con Andrew Cogan, Benjamin Pardo e Demetrio Apolloni, rispettivamente ceo di Knoll Inc., executive vice president design di Knoll Inc. e presidente di Knoll Europe.

Hans e Florence Knoll avevano formato una squadra incredibile, un sapiente mix di maestri e giovani, creando un catalogo in cui i pezzi ‘scultorei’ venivano inseriti in una cornice armoniosa di pezzi ‘architettonici’, come li definiva la stessa Florence con l’espressione “Meat and potatoes”. Questa direzione è stata una guida anche per voi? Come avete scelto negli ultimi anni autori quali Frank Gehry, David Adjaye, Piero Lissoni, Rem Koolhaas, Barber & Osgerby e Marc Newson?
Andrew Cogan: Siamo sempre alla ricerca di architetti sia established sia emergenti che stiano facendo un lavoro interessante su scala architettonica e che siano interessati allo sviluppo di una collezione di arredi, intesa come controparte su scala ridotta del loro lavoro architettonico. Coloro che colgono in questo un’opportunità per investigare materiali e processi della produzione industriale sono di solito quelli di maggiore successo.
Benjamin Pardo: Questo punto del mix è fondamentale per noi ancora oggi perché ciò che distingue Knoll da altri è il fatto che non facciamo singoli prodotti, ma cerchiamo un equilibrio tra scultoreo e architettonico, progettando per spazi completi. Per questo le archistar possono essere nostri interlocutori, essendo grandi professionisti che lavorano a stretto contatto con le necessità dell’utenza finale e sanno individuare precisamente quello che manca per completare il loro progetto architettonico.

Quale ruolo ha la ricerca pura in questa identificazione del giusto interlocutore progettuale?
Benjamin Pardo: Esistono nel nostro catalogo prodotti che potremmo definire maggiormente di ricerca e che non nascono come risposta diretta a una richiesta del marketing. Questi possono riguardare una tipologia, ma anche un nuovo materiale che magari arriva da altri ambiti industriali. Il punto è riuscire a captare queste nuove idee e farle entrare in azienda, anche se poi non si traducono in un prodotto d’immediato successo commerciale. Ma intanto vengono assorbite all’interno.

A proposito di ricerca, anche quest’anno affidate a OMA il progetto dello stand al Salone del mobile. Lo studio si è sempre distinto per una forte personalità teorica: quale sarà la sua interpretazione della vostra identità aziendale?
Demetrio Apolloni: Sin dal 2013 un’attenzione particolare è stata dedicata al progetto dello stand del Salone. Qui, come in ogni soluzione pensata per Knoll, OMA riesce a sottolineare il contributo dei nostri fondatori, portando i benefici del design moderno sia in ambienti residenziali che in quelli di lavoro. Dedicato nelle precedenti edizioni a Mies van der Rohe, il progetto sarà quest’anno ispirato a Breuer, in particolare al Whitney Museum of American Art.

Possiamo dire che all’inizio, grazie soprattutto a Florence, Knoll ha educato gli americani al linguaggio europeo e viceversa, svolgendo un ruolo di grande ponte culturale. Oggi che il mondo è unificato a livello commerciale, come viene percepito questo discorso?
Demetrio Apolloni: La globalizzazione è molto evidente e quello che passa maggiormente in questo senso è più il marchio che il prodotto in sé. Knoll in Giappone è un marchio riconosciuto nella sua storicità, così come può esserlo in Brasile o in Francia. Knoll è proprio ‘international’ ancora oggi. Ricordiamoci che l’azienda nasce nel 1938, ma esplode nel Dopoguerra quando c’è la ricostruzione, un momento storico in cui c’era più domanda rispetto all’offerta (rapporto che oggi è quasi rovesciato). In quel momento, Knoll ha avuto l’intuizione di essere globale ancora prima della globalizzazione dei mercati.

Cinque anni fa annunciavate di voler investire molto nel settore domestico, soprattutto in Europa. Che tipo di risposta avete avuto?
Andrew Cogan: Molto incoraggiante. Abbiamo iniziato consolidando il nostro rapporto con i rivenditori europei. Sotto la guida di Demetrio Apolloni, siamo stati capaci di modificare l’approccio dei partner che prima proponevano solo una piccola selezione dei nostri prodotti più iconici, mentre adesso dedicano veri e propri corner con una completa visuale sui prodotti sia classici che nuovi. All’inizio del 2018 abbiamo poi acquisito il marchio danese Muuto, specializzato in design che si posiziona tra luxury e affordable, il che ci permette un ampliamento del range di offerta a generazioni di acquirenti diverse per gusti e budget...

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