NOMA 2.0

A Copenhagen riapre dopo un anno di pausa il pluripremiato ristorante danese. Nuova location (un ex magazzino di stoccaggio delle mine alla periferia della capitale danese), nuova architettura (è firmata dall’archistar Bjarke Ingels). Ma è l’interno, con i suoi 42 esclusivi coperti, che presenta un design completamente rinnovato: il suo autore, David Thulstrup, lo racconta in esclusiva a Interni

 

Progetto di Bjarke Ingels Group – BIG – Interiors di Studio David Thulstrup
Foto di Irina Boersma e Rasmus Hjortshoj-Coast – Testo di Laura Ragazzola

 

Un progetto esclusivo, dove tutto, dal layout ai materiali, agli arredi e ai tessuti, fosse in perfetta sintonia con il luogo, il paesaggio e il clima di Copenhagen. Questo aveva in mente lo chef René Redzepi per la nuova sede del Noma, il ristorante stellato danese da lui fondato, che per ben quattro volte è stato riconosciuto come il migliore al mondo.

Per Redzepi il Noma, più che un ristorante, è un’esperienza culinaria, che nasce e vive in stretta simbiosi con la natura e le tradizioni del grande Nord. Del resto l’unicità del brand era già chiara quando il ristorante all’apice del successo ha chiuso (nel 2017), per riaprire dopo un anno di pausa alla periferia della capitale danese, in un ex magazzino della Royal Danish Navy anticamente destinato allo stoccaggio delle mine.

A progettare gli interni del rinato Noma 2.0 è stato chiamato l’architetto David Thulstrup, astro nascente del design scandinavo, che quest’anno, oltre a essere nominato Spatial Designer of the Year, ha ricevuto il prestigioso Design Award 2018 proprio grazie alla ARV Chair disegnata per il Noma. Lo abbiamo incontrato nel suo nuovo studio: un luminosissimo e ampio loft al primo piano di un ex edificio industriale dove si è appena trasferito con i suoi venti collaboratori.

Architetto Thulstrup, il Noma le ha portato fortuna. Ci racconta il suo progetto di interior?
Innanzitutto devo dire che è un progetto molto scandinavo, nordico, con un’identità ben precisa, un carattere unico, intimamente legato alla natura del luogo. Prendiamo la luce, per esempio: qui, in Danimarca, ce n’è molta d’estate ma, poi, d’inverno è il buio che prevale. Non si può certo prescindere da questa particolare condizione quando si è chiamati a disegnare gli spazi interni di un ristorante, dove la scelta dei materiali – dal  pavimento alle pareti, al soffitto – e il design degli arredi diventano la chiave di volta del progetto. Soprattutto quando si ha a che fare con una soluzione architettonica complessa (è firmata dallo studio danese BIG, ndr) che a sua volta richiede un progetto di interior articolato e coerente.

Vuole raccontarci il nuovo Noma?
Si compone di undici corpi diversi: all’ex magazzino, già esistente, sono stati aggiunti altri volumi, ognuno dei quali ha una funzione ben precisa: ci sono l’ingresso, la sala ristorante, la cucina, l’area barbecue, il living, gli ambienti di servizio, quelli per il personale… e, infine, anche tre serre. Diciamo che è una sorta di mini villaggio, punteggiato da tante ‘casette’, discrete e ben proporzionate, che si allungano su una striscia di terra compresa fra due laghi salati, in un contesto paesaggistico molto bello dal punto di vista naturalistico. Il mio compito è stato quello di creare una continuità visiva e materica con l’esterno, per stabilire un rapporto armonico tra i vari spazi e renderli accoglienti, confortevoli. Con un preciso obiettivo.

Quale?
Fare dell’understatement la cifra stilistica del progetto. Vede, nel briefing preliminare, René (René Redzepi, lo chef-proprietario del Noma, ndr) mi ha chiesto fondamentalmente di lavorare su tre obiettivi, a cui teneva molto: trasmettere un senso di vissuto (temeva che tutto sembrasse troppo nuovo…); far sentire i commensali a proprio agio, quasi in famiglia (è sempre stato contrario al lusso tout-court solo perché si mangia in un ristorante stellato); dare l’idea di pranzare in spazi senza tempo, che durano al di là delle mode e dei trend (la passione del ‘padrone di casa’ per il suo lavoro doveva riflettersi anche nella durata di arredi e materiali: “Io, qui, ci voglio stare per altri vent’anni”, mi ricordava René, sorridendo, ogni volta che facevamo un sopralluogo in cantiere…).

E come ha risposto a un committente così esigente?
Attraverso uno studio rigoroso dei materiali. Vede, per me le scelte materiche vengono prima di ogni altra cosa, anche del design dello spazio. Mi piace concentrarmi sullo studio della matericità, delle texture, per cercare di capirne le caratteristiche, scoprirne i segreti, esplorarne le peculiarità e gli effetti che possono produrre. Insomma, parto dal senso dei materiali per capire poi il senso dello spazio e, quindi, la sua scala. Per questo il tatto è per me importante quanto la vista. Anzi, direi che è prioritario per trasmettere quel senso di autenticità, di intimità, in grado di dare al progetto una dimensione umana. Che in termini concreti significa: accoglienza, comfort, far sentire le persone a proprio agio.

Come si traduce in termini concreti? Vuol farmi un esempio?
Consideri che in tutti gli spazi interni non ci sono superfici intonacate. I materiali sono a vista e immediatamente riconoscibili: c’è la pietra, il legno, il vetro. E tutto può essere toccato ma, soprattutto, ogni cosa stimola ad essere toccata, quasi esplorata. Prendiamo il pavimento, per esempio: abbiamo voluto che restituisse un senso di morbidezza in ogni ambiente, sia dove abbiamo usato la pietra sia dove la scelta è caduta sul legno. Se gli ospiti d’estate, quando fa caldo, avranno voglia di camminare anche scalzi, lo potranno fare in modo del tutto naturale e senza problemi…

E gli arredi?
Semplicità e massima funzionalità anche per gli arredi. Quindi un design minimale ma bello, e all’insegna del comfort. Prendiamo la sedia, che abbiamo progettato espressamente per il Noma (fa parte della collezione ARV, che comprende anche il tavolo, ndr): il legno di quercia disegna linee morbide, fluide, per supportare bene schiena e braccia, mentre l’intreccio di paper cord dà morbidezza alla seduta, esprimendo anche un grande senso di naturalità. “Insomma, voglio una sedia e non un trono”, mi ricordava sempre René…

Contento del risultato?
Certo! E sono anche molto orgoglioso di tutta la mia squadra. Abbiamo lavorato in piena sintonia pure con i nostri colleghi dello studio BIG (che ha firmato il progetto architettonico, ndr), ma soprattutto sono felice del rapporto professionale che ho stabilito con René, e che oggi si è trasformato in una sincera amicizia. Che, vede, comporta un bel vantaggio…

Quale?
Avere sempre un posto nel migliore ristorante del mondo!