Hutong Bubble

A Beijing, in China, le forme immaginifiche delle “bolle”, progettate da MAD Architects (2015 – 2019), rinnovano l’architettura a corte di un tradizionale hutong, ricercando un nuovo equilibrio tra storia e contemporaneità di un luogo, di un paesaggio e di una comunità

 

Progetto di MAD Architects / Ma Yansong
Testo di Paolo Di Nardo – Foto courtesy MAD Architects – a cura di Antonella Boisi

 

Quando si analizza criticamente un progetto si devono superare gli steccati disciplinari, come le appartenenze culturali geografiche, riuscendo a leggere oltre la forma, oltre l’immagine stessa, per scoprire come un archeologo i segreti di un comporre, spesso nascosti o solo leggibili in filigrana.

MAD Architects si prestano a questo stimolante esercizio proprio perché si intuisce che il loro lavoro non è mai un esercizio formale. Come spesso accade, sia che si parli di rigide forme sia di architetture fluide. L’appartenenza stilistica uccide sempre la poesia, senza far emergere una “cultura del progetto” che nella contemporaneità è complessa, ma con risposte semplici e democratiche, permettendo all’osservatore di essere anch’esso un attore dello spazio.

In Bubble Hutong e in genere in molte realizzazioni e progetti di MAD, se superiamo il primo stupore estetico e la meraviglia che disegna il rapporto immagine/osservatore di confronto soggettivo con quello che vediamo, possiamo facilmente intuire, soprattutto rileggendo il loro percorso e approccio progettuale, come non ci sia mai una differenza di scala nel loro modo di intendere il progetto.

Ogni loro opera, come quella pubblicata in queste pagine, sottintende in controluce una ricerca interdisciplinare in cui arte, architettura, design, ambiente, ma soprattutto natura si fondono, senza steccati, rimarcando un atteggiamento contemporaneo capace di aprirsi alla sola creatività, qualunque essa sia.

Hutong Bubble, più di altri, esprime e sintetizza questa ricerca proprio nel suo misurarsi con la tradizione, nel suo farsi magicamente innovazione e futuro prossimo. In questo progetto risuonano le parole di Martin Heidegger quando afferma che “il progetto è sintesi di passato presente e futuro”; proprio perché si materializzano in questa realizzazione i capitoli successivi di un racconto millenario: l’architettura, in cui ogni tradizione per essere tale deve essere stata, nel tempo della sua concezione, un elemento di modernità.

È evidente come in questo progetto non vi sia una distinzione tra le parole contemporaneità e tradizione, in quanto sinonimi di uno stesso concetto traslato solo dal tempo. Ma su Hutong Bubble ci sono inoltre due chiavi di lettura importanti anche per capire il percorso culturale di MAD: la ricerca continua di una relazione simbiotica tra uomo, rifugio, spazio che accoglie le persone e la natura soprattutto come declinazione di quella orientale.

E altresì la disponibilità a rimandare all’osservatore l’interpretazione e le possibili declinazioni delle loro architetture in base al momento storico, alla propria cultura e sensibilità. Ma soprattutto in riferimento alla propria cultura di appartenenza geografica. È evidente come il “contrasto simultaneo”, come definisce Bruno Munari la prima legge del comporre creativo interdisciplinare, sia il vettore di queste due chiavi di lettura. Il “contrasto simultaneo” delle forme, come nel progetto Hutong Bubble, in cui una forma organica si insinua dentro uno “spazio semplice e regolare”, permette all’osservatore di liberarsi dalle proprie appartenenze e sentire lo spazio infinitamente interpretabile e mai statico per sempre.

Il “contrasto simultaneo” dell’acciaio all’interno di un cortile tradizionale, come delle forme fluide che, soprattutto in copertura, diventano alto citazionismo, evocando le “forme a reazione poetica” di Le Corbusier, permette di abbattere le soglie tra interno ed esterno, tra natura e artificio. Il “contrasto” apre soprattutto le porte alla comprensione di un progetto semplice nelle forme, ma complesso nella sua ideazione.

Forse in questo risiede la novità di MAD; in questa possibilità molto democratica di lasciare al fruitore la scelta estetica e non al disegno di uno studio. In fondo Borromini, solo segretamente, faceva lo stesso liberando la fantasia dalle rigide prassi barocche, grazie agli occhi dell’osservatore, rimanendo così ancora fortemente contemporaneo.