Future in the city

Ce ne parlano William e Chris Sharples, founders di SHoP Architects, lanciatissimo studio newyorkese. In questa intervista esclusiva, esplorano a 360 gradi come costruire città migliori. Dalla ‘periferica’ Santa Fe, in Nuovo Messico, alla centralissima New York

 

Testo di Laura Ragazzola – Foto di Jeff Goldberg/Esto e courtesy SHoP Architects

 

Metamorfosi urbane, ovvero come cambiano le grandi metropoli, ma soprattutto come renderle vivibili e felici. Questo il tema dell’intervista a Christopher e William Sharples, fratelli gemelli e founder dello studio newyorkese SHoP Architects, una delle firme più innovative del panorama internazionale del progetto grazie alla carica sperimentale che caratterizza i loro lavori.

Oggi, metà della popolazione mondiale abita nelle metropoli. Che sono quindi sempre più affollate, inquinate e responsabili di quasi l’80 per cento del consumo energetico. Qual è secondo voi il modello di sviluppo delle città del futuro in grado di rimetterle in armonia con l’individuo?
Christopher Sharples. C’è più di un aspetto da prendere in considerazione per rispondere alla sua domanda. Il primo riguarda la qualità della vita nelle metropoli. Tradizionalmente le città erano divise in distretti urbani ben definiti, destinati a funzione diverse: la vita, il lavoro, lo svago nel tempo libero. Nel corso degli ultimi vent’anni la situazione è mutata. Si è superata questa separazione dando vita a realtà urbane dove si svolgono attività diverse e dove gli spazi pubblici sono diventati il cuore pulsante.
Insomma, la città diventa un luogo ‘easy to live’. E in questo particolare contesto acquista un’importanza strategica la mobilità, che rappresenta il secondo aspetto sul quale vorrei soffermarmi. Consideri che per disporre di una rete di trasporto pubblico, di massa dunque, che sia sostenibile anche da un punto di vista economico, c’è bisogno di avere un’alta densità di popolazione: la prima sfida, dunque, diventa quella di capire come lasciare ampi spazi liberi, continuando a permettere a un numero maggiore di persone di viverci.
La seconda, invece riguarda il tema ambientale e nasce dal fatto che gli edifici, mi riferisco agli Stati Uniti, producono circa il 40/45% delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Oggi, quindi, è urgente capire come abbattere questo drammatico valore. Per questo, il nostro studio da anni è impegnato nel valorizzare metodi di costruzione più efficienti…

Ci vuole fare qualche esempio?
Parlo delle costruzioni modulari a più piani, come il ‘nostro’ 32-story Brooklyn tower (è il più alto edificio modulare al mondo, ndr) e degli edifici realizzati con la tecnica del Mass Timber (prevede l’uso del legno massiccio per costruzioni multipiani, ndr). In entrambi i casi i vantaggi sono concreti. Per le costruzioni modulari l’aspetto vincente è la significativa riduzione delle emissioni di CO2 rispetto alle costruzioni tradizionali nella fase di realizzazione.

…e migliorare la qualità di vita.
William Sharples. Esattamente. Che significa dare alle persone possibilità di scelta.

Per fare  cosa?
Per esempio, uscire di casa e avere la possibilità di gustare un buon pasto, oppure guardare un film o camminare in un parco. Ma anche, avere la possibilità di andare a lavorare a piedi o di accompagnare i propri figli a scuola in bicicletta. Il tutto senza subire i ritmi stressanti  tipici della città contemporanea…

Ci sono altri fattori che possono guidare il progettista?
Come Chris ha già chiarito, la parola chiave per risolvere questi problemi è ‘densità’. La densità diventa, infatti, il parametro fondamentale su cui basare un progetto architettonico in grado di creare luoghi vivibili, ma soprattutto capace di implementare aree destinate agli spazi pubblici, che possono diventare strategici per un well-being individuale e collettivo (vedi il progetto del SITE Santa Fe, pubblicato in queste pagine, che esplora la possibilità, ndr).

Altri fattori da segnalare?
C.S. Be’, ricorderei l’importanza dei vincoli, che non sono necessariamente limiti per il progetto, ma possono diventare opportunità e stimoli su cui lavorare. Per questo dobbiamo conoscere bene il contesto territoriale e culturale dove si opera. Quando, per esempio, scegliamo il materiale per sviluppare un’idea, per prima cosa dobbiamo capire dove reperirlo, come trasportarlo e questo vale sia per i materiali tradizionali sia per quelli più innovativi.
Poi c’è il problema della condivisone delle scelte con la collettività, ma anche con le autorità locali. L’ascolto è uno dei temi cruciali del nostro lavoro: è importante tenere conto dell’opinione delle persone, ma bisogna anche cogliere il clima e gli umori del territorio. Infine, grande attenzione va rivolta al  budget disponibile, spesso limitato, e all’aiuto che può venirci dalla tecnologia.

Quale iter suggerite per realizzare una nuova generazione di edifici?
Per noi funziona così: più scienza e meno arte nella fase iniziale di un progetto; una volta che si conoscono bene tutti i dati e si hanno tutte le informazioni necessarie, nonché una conoscenza approfondita dei limiti di un progetto, allora è l’arte che affiora… Insomma la lezione che abbiamo imparato è che se un edificio è molto efficiente risulterà anche bello…
W.S. …e, aggiungerei, che quando un edificio appare bello, accade poi che le persone se ne prendano cura anche con più attenzione.

Nel 2018 verrà completato la 111 West 57th Street Tower, il vostro nuovo grattacielo che svetterà sul Central Park come uno degli edifici più alti di Manhattan. Qual è la sua più importante innovazione?
C.S. Abbiamo voluto re-inventare il classico grattacielo newyorkese, guardando al passato, ma al tempo stesso proiettandoci verso il futuro. Gli edifici che disegnano il profilo di New York sono stati costruiti nella prima parte del secolo scorso: ancora oggi sono costruzioni senza tempo, presenze iconiche, che nel corso degli anni hanno conservato il carattere e il cuore della città. Oggi, se provassimo a ri-costruire quegli edifici non ci riusciremmo: la vera sfida è preservarne lo spirito antico, arricchendolo però di un segno contemporaneo. In altre parole, vogliamo salvaguardare la fattura artigianale della città di ieri, ricorrendo all’innovazione tecnologica di oggi, con l’aggiunta di una carica sperimentale che si distingua per idee e creatività. Non si tratta di post-modernismo, non si tratta di innovazione di prodotto, ma di innovazione dei processi.
W.S. … E per raggiungere questo obiettivo non è sufficiente un ‘grande architetto’, ma un team, una squadra affiatata e competente, una sinergica collaborazione tra professionisti che hanno  interessi e competenze diverse. Capaci però di muoversi all’unisono verso una comune visione.