Fine Tech

Il design contemporaneo porta all’estremo la pulizia strutturale degli oggetti.
Tanto da perdere la distinzione tra tecnica ed estetica

 

di Stefano Caggiano

 

Quando, all’inizio degli anni 70, Achille Castiglioni e Pio Manzù disegnano Parentesi per Flos, la rimozione dal corpo dell’oggetto di ogni elemento decorativo risponde a un’esigenza culturale ben precisa.

Dopo l’entusiasmo polimerico degli anni 60, infatti, l’affacciarsi della crisi energetica porta in luce il costo, in termini di risorse naturali, dell’esercito di nuovi oggetti pop che si va diffondendo nel mondo occidentale, spingendo alcuni dei progettisti più illuminati verso soluzioni sobrie ed essenziali, prive dell’esuberanza psichedelica che aveva plasmato gli anni delle rivoluzioni sociali e della corsa allo spazio.

È in questo momento che il fatto stesso di esibire il corpo tecnico dell’oggetto assume un valore estetico ben preciso, in quanto mette in evidenza il non-utilizzo di materiali, soprattutto polimerici, non strettamente necessari all’economia tecnico-strutturale del prodotto.

Per quanto Parentesi resti un’icona della storia del design, un progetto come questo non sarebbe più possibile oggi. Non perché i designer non siano più in grado di isolare la purezza tecnica con la stessa eleganza dei maestri, ma perché la messa a nudo del corpo tecnologico dovrebbe oggi interessare le applicazioni digitali, che definiscono la nostra epoca come quelle elettriche e meccaniche hanno definito la seconda metà del Novecento, e tuttavia la sostanza digitale è qualcosa di immateriale, invisibile, che non può essere mostrato.

Ma ecco il punto: per quanto la sfida sembri impossibile, il design contemporaneo ha trovato un modo per raccontare la sublimazione del corpo tecnico non rinnegandolo ma, al contrario, perseguendolo fino alle sue estreme conseguenze. Se, infatti, il linguaggio tech forgiato negli anni Settanta riduceva il piano estetico dell’oggetto al grado zero, facendolo coincidere con l’anatomia tecnica del prodotto, la crescente sensibilità nei confronti delle immanenze immateriali, che caratterizza l’epoca attuale, sta spingendo la riduzione tecnica dell’estetica oltre il suo stesso grado zero.

La pulizia strutturale si fa cioè talmente sottile, fine, raffinata, da ribaltarsi per coerenza in armonia di segni organizzati con perfetta logica estetica. Lo si vede nella lampada a sospensione Magnetica di Vittorio Venezia per Luce5, erede diretta della storica Parentesi, di cui non si limita a riprodurre l’assetto lineare, ma di cui coglie l’intimo senso di esplorazione poetica dello spazio, portandolo oltre se stesso fino alla magia levitante del magnete.

Analoga limpidezza si trova in progetti come quelli della giovane designer finlandese Elina Ulvio, o in quelli della cinese (ma di formazione svedese, oggi di base in Norvegia) Cecilia Xinyu Zhang, capaci entrambe di un tocco così delicato sulla struttura dell’oggetto che sembra quasi possano unire i fili di una ragnatela con le sole dita.

Invero, la purezza nordica è particolarmente in linea con la poetica del paradosso tecnico/estetico di questi oggetti. Un viaggiatore che risalisse un meridiano in direzione nord arriverebbe, infatti, a un punto in cui, senza svoltare, inizierebbe a viaggiare verso sud. Allo stesso modo in queste lampade, fatte di luce, tempo e precisione, la dimensione estetica viene raggiunta non prendendo le distanze da quella tecnica, ma perseguendone il dettame rigoroso fino al punto di paradosso.

La finezza così guadagnata è ben lontana dai goffi tentativi di ‘esprimere’ una creatività forzata e semplicistica attraverso forme antropomorfe e sedicenti caratteriali (quando non caricaturali), eredi sfibrati di quell’estetica pop che, pur avendo pienamente senso negli anni Sessanta, veniva già messa in dubbio dal design più consapevole degli anni 70.

Ecco perché, più che frutto di mano umana, lampade come quelle delle serie Tempo e Lune, di Atelier de Troupe, sembrano gioielli che la casa stessa ha scelto di indossare per valorizzare la propria anatomia, posizionandoli come antenne rabdomanti a evocare gli spiriti sottili che ne dislocano l’interno estetico.

Anche Globe, disegnata da Edoardo Colzani per le collezioni Laurameroni, è pensata in modo da riempire la struttura tecnica di sostanza estetica.

Mentre il decò vettoriale della serie Segni di Gumdesign per Siru Lighting, o di Fontana Amorosa di Michael Anastassiades per Nilufar, fa il passo inverso (o doppio) puntando alla tecnica da una provenienza estetica.