Chronos e Topos

Sempre in anticipo sui tempi, Nanda Vigo ha portato nel mondo dell’architettura una mentalità di ricerca senza precedenti.
Dove tempo, spazio e luce si fondono per fare dell’abitare un’esperienza artistica

 

di Domitilla Dardi

 

Uno spazio interamente progettato per una persona, che viene immersa in un ambiente fatto di vetro e luce mutabile nel tempo. Difficile immaginare un’esperienza più coinvolgente. È il nuovo lavoro di Nanda Vigo, chiamato infatti Global Chronotopic Experience.

“Il committente voleva un’opera immersiva”, spiega l’autrice, “nella quale essere avvolto completamente da un Chronotopo. Così ho disegnato un cubo di base 4×4 con al centro una poltrona girevole a 360° dove ti siedi come sospeso nel vuoto, con i led che creano un effetto rainbow. È uno spazio per una sola persona, abbastanza straniante”. Sorride soddisfatta, quando fa questa descrizione. Ma sa che è quasi impossibile raccontarla per parole e fotografie, tanto è legata all’esperienza fisica.

Luce, colore e materiali sono da sempre gli elementi della costruzione di Nanda Vigo, un’autrice che travalica confini disciplinari e definizioni. Anzi, proprio questo suo essere oltre le convenzionali diciture accademiche l’ha fatta spesso essere in anticipo sui tempi e oggi, che prosegue un discorso iniziato più di cinquant’anni fa, finalmente sembra che il mondo sia pronto a recepirne appieno il significato.

Tempo e spazio, Chronos e Topos sono gli ambiti entro i quali si srotola la sua straordinaria storia di artista e donna. A questi è inevitabile aggiungere la luce, che per la prima volta le si rivela quando da bambina, di fronte alla Casa del Fascio di Como di Giuseppe Terragni, comprende il potere del progetto dell’architettura come macchina per costruire spazio, luce, ambiente.

Questa immagine la porta a voler studiare architettura, ma subito con un desiderio di apertura al mondo: si iscrive, infatti, al Politecnico di Losanna perché subito dopo vuole andare in America (la laurea del Politecnico di Milano non veniva allora riconosciuta negli States).

E così fa: vola alla volta di San Francisco e poi a Taliesin per studiare con Frank Lloyd Wright, la cui Fallingwater era una calamita di fascinazione per tutti quelli della sua generazione. Ma la attende una delusione: “Wright era un tipaccio che picchiava gli studenti sulle mani e faceva mobili che erano la brutta copia di quelli della Secessione austriaca. Così sono scappata. Inoltre negli Stati Uniti avevo la sensazione di una iper specializzazione che portava a occuparsi solo di dettagli, di armadietti da posizionare nello spazio”.

Vigo vuole progettare ambienti complessi, nei quali far dialogare i rivestimenti con la luce, gli arredi con le opere d’arte, il colore con le abitudini degli abitanti. Quindi torna a Milano e va da Gio Ponti “perché lui era l’unico che non seguiva uno schema preordinato, l’unico che non viveva il suo mestiere a compartimenti stagni, bensì con libertà, andando da una disciplina all’altra, senza preconcetti.

Tanto che era bollato come ‘eclettico’, definizione che trovo una vera e propria parolaccia, usata da coloro che non capiscono la libertà d’espressione”. Col maestro milanese Nanda trova la conferma dei suoi desideri e delle sue ambizioni progettuali, la risposta positiva alla pratica della multidisciplinarietà: “Ponti mi ha dato la sicurezza che quella fosse la direzione giusta, sebbene non fosse contemplata quasi da nessuno allora”.

Contemporaneamente conosce e frequenta due uomini fondamentali nella sua vita: Lucio Fontana, con cui condividerà un percorso artistico che sfocia nella co-progettazione degli Ambienti spaziali degli anni ’60, e Piero Manzoni, che diventa suo compagno. Due giganti che non sempre la sostengono come artista indipendente e dai quali Vigo riuscirà a emanciparsi psicologicamente molti anni dopo la loro morte fisica.

La sua prima vera opera si realizza tra 1959 e ’62 con il progetto della 0 House, detta anche la Casa Bianca. “All’epoca”, racconta, “c’era la mania del mobiletto svedese, che ho sempre detestato sia esteticamente che funzionalmente. Allora ho messo tutto nelle pareti, creando un’intercapedine di vetro satinato, dentro la quale ho disposto le luci. Considerando che all’epoca non c’erano neanche i comandi per accendere e spegnere, ci siamo inventati connessioni e meccanismi. I neon permettevano di cambiare l’aspetto delle pareti e dell’ambiente”.

Nel 1965 arriva una vera prova del nove: il progetto d’interni della cosiddetta Casa sotto la foglia di Gio Ponti. “Non sapevo”, ricorda l’autrice, “se ricostruire nello stile di Ponti o andare per la mia strada. Alla fine ho fatto di testa mia ed è andata bene”. La casa rispetta la spazialità di Ponti, ma reinventa letteralmente l’interior attraverso le superfici del piastrellato e le pellicce sintetiche, in un costante dialogo tra elementi freddi e caldi, lisci e soffici, riflettenti o assorbenti la luce.

Opere di Fontana e Castellani trovano poi una collocazione integrata, pensata direttamente insieme allo spazio architettonico abitabile. E così non possiamo non ritornare a Chronos: le opere della Vigo sono sempre in anticipo rispetto a quelle della avanguardie radicali degli anni ’60 e ’70. Non si tratta di stabilire un primato, ma di riconoscere l’esordio di una mentalità di ricerca che non ha precedenti, se non forse nel mondo dell’arte.

Scorrendo i suoi progetti – La Casa Blu, la Gialla, la Nera o le più recenti per committenti di Verona – ci si rende conto che solo a un primo sguardo risultano difficili, ma in realtà presto rivelano la loro estrema adattabilità alla vita di chi li abita. Sono interni che ascoltano le esigenze profonde dei loro abitanti e inaugurano l’idea non tanto di vivere dentro un’opera d’arte, quanto di rendere esperienza artistica la stessa vita di chi abita un suo spazio.

E questo vale sia per chi le chiede di essere temporaneamente proiettato in un’esperienza totalizzante dentro un Chronotopo (come nella sua ultima opera) o per chi ha bisogno di sentirsi a casa in uno spazio da lei progettato. “Per me il comfort”, spiega la progettista, “è l’ambientazione luminosa. Una volta che sei a tuo agio con questo aspetto principale, tutto il resto dell’abitare viene di conseguenza e in maniera molto naturale. Il comfort deve prima di tutto venire dal tuo Io.

Una volta accontentato, tutto il resto si regola di conseguenza. In realtà le mie case sono molto studiate pensando a chi le abita, secondo le abitudini degli abitanti, i gusti, le preferenze, anche artistiche, i modi di muoversi al loro interno. Quindi alla fine è lo spazio ben progettato quello che fa vivere bene, non è un unico oggetto o elemento, ma un insieme. Infatti, ho persone che, a distanza di vent’anni, ancora mi ringraziano per la casa che ho progettato per loro”.

Rispetto ad altri grandi architetti e artisti, Vigo possiede pochi disegni preparatori delle sue opere: il suo modo di progettare implica da sempre un fare immediato, come quando per Arredoluce creava lampade straordinarie nate in laboratorio “dove si tagliava in diretta il materiale e dove il grande Angelo Lelii si presentava con il primo led apparso in Italia, dopo un viaggio a Cape Canaveral fatto per prendere quel potente strumento luminoso direttamente dai cruscotti dell’Apollo”. Neon, alogene, led: materiali innovativi che lei ha toccato e utilizzato spesso tra i primi. E oggi, la tecnologia, che va così veloce, aiuta a progettare? “L’importante è continuare a progettare con il pensiero. E con la matita in mano, che resta il mezzo più libero e veloce di tutti”.